Allestimento “Bollettino 1268 – Il confine di carta”

 

 

Mostra Centenario Prima Guerra Mondiale dello Stato Maggiore Esercito:

“Bollettino 1268 – Il confine di carta”

Roma, Museo della Fanteria, P.zza S. Croce in Gerusalemme, 9 settembre 2015 – 4 novembre 2018
(mostra triennale con creazione di allestimento museale permanente, 20 sale, 950 mq calpestabili).
Curatore: Federica Dal Forno

 

Sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica
Con il Patrocinio di: Struttura di Missione della Presidenza del Consiglio dei Ministri per il Centenario della Prima Guerra Mondiale, Roma Capitale, Regione Lazio, Istituto per i Beni Storici, Artistici ed Etno-antropologici di Modena e Reggio Emilia, Soprintendenza per i Beni Librari Archivistici e Archeologici della Provincia autonoma di Trento, Università La Sapienza, Università di Tor Vergata.
Con la partecipazione di RAI Cultura.
Ruoli ricoperti e attività fornite: Curatore, Responsabile scientifico del progetto, Conservatore. Selezione della collezione, progettazione e allestimento del percorso espositivo, progettazione e allestimento della trincea interattiva, selezione e gestione del materiale audiovisivo, selezione e gestione delle collaborazioni esterne, richiesta patrocini e sponsorizzazioni tecniche, testi didattici di mostra e catalogo, editing del catalogo e del materiale promozionale.

 

 BOLLETTINO 1268 – IL CONFINE DI CARTA

Il 4 novembre 1918, un foglio di carta, unico tra tanti, come il sipario di una drammatica rappresentazione, calò sull’Italia prostrata dal conflitto a separare la guerra dalla pace. Era l’ultimo bollettino giunto dal fronte, il numero 1268, un confine fragile, ed al contempo potente, in grado di chiudere il tempo della belligeranza. Milleduecentosessantasette bollettini prima, l’Italia era entrata nel grande conflitto. Milioni di uomini per la prima volta avevano imbracciato le armi, si erano fatti soldati, avevano lasciato le case, le famiglie, per più di tre lunghissimi anni avevano patito enormemente nel fisico e nell’animo in fossati che sapevano di morte. Da quelle infinite trincee moltissimi non sarebbero più tornati. Il 4 novembre 1918, un’intera Nazione trattenne il respiro mentre il comandante supremo Diaz pronunciò finalmente una parola, sognata e agognata da milioni di anime in tanti anni di ferite, una parola soltanto, posta alla fine del secondo capoverso del bollettino 1268: “è finita”.
Il bollettino della vittoria, che sancì la fine del conflitto, assunto quale emblema della mostra, è memoria dell’istante in cui l’Italia tutta si strinse, unita e commossa, attorno alla propria bandiera, guardando alla pace come ad una enorme conquista.
Da quel momento la guerra divenne un ricordo, un enorme triste retrospettiva, ed il domani assunse il colore della luce accecante alla fine di un tunnel. In breve tempo, così come gli occhi si abituano rapidamente al vigore del sole, immemori del buio lasciato alle spalle, allo stesso modo anche la guerra divenne ben presto un fatto avulso e dimentico, perduto nei racconti di una storia che non parla la lingua delle nuove generazioni.
Cento anni sono passati e nessuna voce rimane più a narrare i fatti, il sipario rimane abbassato. Ai curiosi, ai nostalgici, a coloro a cui la storia sa ancora parlare al cuore e raccontare l’uomo, ad essi rimangono soltanto documenti e memorie, tanti fogli di carta, tanti filtri più o meno trasparenti attraverso i quali guardare indietro, rimanendo sulla soglia di un mondo ormai lontano.
Scevri da ogni tentativo revisionista, da ogni velleità compendiaria, da ogni rappresentazione esaustiva, abbiamo guardato indietro, cercando l’uomo, il soldato e l’eroe fra le immagini stinte, dentro gli sguardi vivaci rimasti intatti nell’argento, tra gli oggetti che conservano ancora le impronte delle loro mani. Diciannove sale, centocinquanta oggetti illustrati nel proprio contesto d’uso, più di centoventi piccoli affreschi di un’epoca lontana, colorata con le tinte pervenute a noi nelle lettere, negli scritti sgrammaticati di tanti grandi uomini. Inaspettati flashback che giungono a noi dal passato, vivaci frammenti di memoria. La storia c’è, ma ha il sapore del racconto, il calore del ricordo.
Volgendo lo sguardo alla Grande Guerra, non vogliamo dare risposte, ma suggerire percorsi. Non intendiamo creare miti, ma guardare con rispetto al sacrificio. Non nascondiamo la morte se questa ci riguarda. Di fronte agli uomini della Grande Guerra non possiamo non sentirci tutti più Italiani.
Dimenticare la Guerra significa banalizzare la Pace, una conquista che non ha un confine geografico ma etico e culturale. Dimenticare la Guerra è un privilegio che nessuno si può permettere.